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Revisione della “Mini IRES” in vista per il 2019

Il decreto “crescita” che il Governo si appresta ad approvare dovrebbe modificare, in senso restrittivo, l’agevolazione per gli utili reinvestiti in beni strumentali e in nuova occupazione approvata con l’ultima legge di bilancio (art. 1 commi da 28 a 34 della L. 145/2018).
Nel suo impianto originario (che verrebbe completamente sostituito in sede di approvazione del nuovo decreto), l’agevolazione, c.d. “Mini IRES”, è finalizzata a ridurre di nove punti percentuali l’aliquota IRES (quindi dal 24 al 15%) sulla parte del reddito corrispondente agli utili accantonanti a riserve indisponibili reinvestiti in beni strumentali e/o in nuovi occupati; analogo vantaggio è previsto per i soggetti IRPEF, con una riduzione di nove punti percentuali sull’imposta relativa al reddito d’impresa agevolato.
Ipotizzando, ad esempio, una srl con un reddito imponibile nel 2019 di 100.000 euro, la quale accantoni nel 2019 l’utile dell’esercizio chiuso al 31 dicembre 2018 di 60.000 euro e rilevi nel 2019 incrementi complessivi di beni strumentali e di costo del lavoro per 44.000 euro, l’agevolazione disciplinata dalla L. 145/2018 è tale per cui il reddito agevolato è pari a 44.000 euro; l’IRES complessiva ammonta a 20.040 euro, importo dato dalla somma di 6.600 euro (IRES al 15% sulla “fascia” agevolata di 44.000) e di 13.440 euro (IRES al 24% sul residuo di 56.000 non agevolato).
Nella norma che si andrebbe ad approvare, invece, l’aliquota ridotta si applicherebbe alla quota di reddito agevolabile pari agli utili d’esercizio accantonati a riserve disponibili, scomparendo quindi ogni riferimento agli investimenti e agli incrementi occupazionali. La relazione illustrativa sottolinea infatti che la nuova aliquota ridotta IRES, applicabile facoltativamente sul reddito di impresa dichiarato, è correlata al solo reimpiego degli utili.
Questo effetto positivo viene, però, controbilanciato da altre rilevanti penalizzazioni:
- in primo luogo, la quota di reddito agevolato può beneficiare di un’IRES ridotta, a regime, di soli quattro punti percentuali (la “mini IRES” diventa, quindi, molto meno “mini”, assumendo di fatto l’aliquota del 20%);
- questa misura, soprattutto, andrebbe a regime solo dal 2022, mentre per il 2019, il 2020 e il 2021 gli sconti risulterebbero pari, in via transitoria, a 1,5 punti percentuali (quindi aliquota IRES pari a 22,5%), a 2,5 punti percentuali (21,5%) e a 3,5 punti percentuali (20,5%).
In sostanza, riprendendo il semplice esempio sopra proposto, fermo restando in 100.000 euro il reddito complessivo, la società potrebbe sì beneficiare per il 2019 di un plafond di reddito assoggettato ad aliquota ridotta maggiore (60.000 euro, pari agli utili dell’esercizio precedente accantonati a riserva, non dovendosi più valutare i parametri degli investimenti e del costo del personale); questa fascia di reddito, però, sconterebbe l’IRES nella misura del 22,5%, con un effetto in termini di risparmio d’imposta poco significativo.
L’IRES complessiva ammonterebbe, infatti, a 23.100 euro, importo dato dalla somma di 13.500 euro (IRES al 22,5% sulla “fascia” agevolata di 60.000) e di 9.600 euro (IRES al 24% sul residuo di 40.000 non agevolato). Il tax rate effettivo, ipotizzando per semplicità l’equivalenza tra utile ante imposte e reddito imponibile, risulterebbe pari al 23,10%, contro un 20,04% che sarebbe tale in base all’attuale normativa.
Da questa semplice simulazione pare, quindi, di comprendere che la nuova misura risulti meno selettiva, disinteressandosi delle modalità con cui sono utilizzati i fondi mantenuti nell’economia dell’impresa, naturalmente al costo di un beneficio molto meno significativo.
Dal punto di vista tecnico, verrebbe previsto un meccanismo per cui il limite massimo degli utili agevolabili sarebbe pari all’incremento del patrimonio netto, ovvero alla differenza tra il patrimonio netto risultante dal bilancio dell’esercizio di riferimento (al netto degli utili accantonati a riserva agevolati nei periodi d’imposta precedenti) e il patrimonio netto dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2018.
Inoltre, come nella formulazione della norma contenuta nella L. 145/2018, sarebbe previsto un meccanismo di riporto delle eccedenze che, però, visto il ridotto numero dei parametri in gioco, si semplifica notevolmente. Di fatto, l’ammontare degli utili accantonati a riserva agevolabili che eccede l’ammontare del reddito complessivo netto dichiarato è computato in aumento degli utili agevolabili degli esercizi successivi, al fine di non pregiudicare la situazione delle imprese che, nell’anno in cui accantonano l’utile dell’esercizio precedente, hanno redditi imponibili di bassa entità, o sono in perdita fiscale.

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