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Sentenza penale per esercizio abusivo della professione

Ai sensi dell’art. 348 c.p., chiunque abusivamente eserciti una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da 103 a 516 euro.

E’ stata sinteticamente affrontata dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 26617 depositata in data odierna. Nell’imputazione si contesta all’interessato lo svolgimento di attività riservata a commercialisti e a consulenti del lavoro, titoli professionali mai conseguiti. Innanzitutto i giudici hanno limitato l’accertamento di responsabilità ai reati compiuti dopo l’approvazione del DLgs. 139/2005, nel presupposto che proprio la più compiuta individuazione contenuta in tale provvedimento degli atti riservati ai dottori commercialisti ed agli esperti contabili, attraverso una distinzione tra gli atti consentiti alle due categorie professionali, dia conto in maniera analitica delle attribuzioni proprie di entrambe le attività.Proprio per l’analiticità di tali riferimenti normativi non è profilabile il richiamo ad una insufficiente chiarezza della norma richiamata dalla disposizione penale applicata, e quindi la correlata astratta possibilità di un difetto di dolo sul punto.

Ai fini dell’integrazione dell’illecito, viene considerato irrilevante il fatto che l’attività sia stata espletata per il tramite della partecipazione ad una società fornitrice di servizi, poiché quel che va accertato è che colui il quale ha offerto la prestazione professionale, diretta o mediata attraverso lo schermo societario, sia in possesso dei requisiti professionali idonei. Nel caso di specie, colui il quale ha garantito le prestazioni contabili richiamate nel capo di imputazione risultava pacificamente privo del titolo di studio e abilitativo idoneo alle prestazioni – in tema di tenuta di
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In tale materia, le Sezioni Unite della Suprema Corte, peraltro (Cass. SS.UU. n. 11545/2012), hanno precisato che concreta esercizio abusivo della professione non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente, di atti da ritenere attribuiti in via “esclusiva” ad una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza “specifica” di una data professione, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

Rispetto a tale fattispecie, la Suprema Corte, nella sentenza 16 maggio 2012 n. 18713, ha sottolineato come per la corretta individuazione del concetto di “professione” possa farsi riferimento alla definizione che ne ha fornito la Corte di Giustizia CE nella sentenza 11 ottobre 2001 causa C-267/99, per la quale: “le libere professioni … sono attività che presentano un pronunciato carattere intellettuale, richiedono una qualificazione di livello elevato e sono normalmente soggette ad una normativa professionale precisa e rigorosa. Nell’esercizio di un’attività del genere, l’elemento personale assume rilevanza particolare e presuppone una notevole autonomia nel compimento degli atti professionali”. Con il DLgs. n. 139 del 28 giugno 2005 è stato delineato l’ordinamento professionale delle nuove professioni contabili a seguito dell’unificazione dell’Albo dei dottori commercialisti con quello dei ragionieri e dei periti commerciali e della conseguente istituzione dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.

Tenendo in considerazione le norme citate, ci si può dunque domandare quale sia la possibile rilevanza penale per un soggetto che, privo di idoneo titolo abilitativo, abbia svolto – successivamente al 2005 – attività tipiche della professione di commercialista, oltre che di consulente del lavoro.

I giudici di legittimità hanno, pertanto, richiamato tale orientamento evidenziando che il soggetto imputato nel caso in commento ha incontestabilmente svolto, in maniera professionale e continuativa, una serie di atti che sono univocamente individuati, sulla scorta della normativa applicabile al periodo in contestazione, di competenza specifica di professione per cui non era in possesso di titolo abilitativo. Sicché proprio in forza dei principi evocati dalle Sezioni Unite sono state ritenute sussistenti le condizioni che sostengono l’accertamento della consumazione del reato di cui all’art. 348 c.p. Medesime considerazioni valgono con riferimento allo svolgimento di attività tipiche della funzione di consulente del lavoro.

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