Deduzione spese solo se "certe e determinabili"

| 18/06/2013

Con la sentenza 10758/2013 La Cassazione ha ribadito che anche i compensi ai collaboratori dell’impresa, se certi e determinati, sono deducibili secondo il principio di competenza, a prescindere dalla loro manifestazione finanziaria e dall’emissione di ricevute o fatture. La pronuncia trae origine da un avviso di accertamento, con il quale il Fisco aveva recuperato a tassazione, tra l’altro, i costi relativi ai compensi a terzi, collaboratori dell’impresa, integralmente dedotti nell’anno oggetto di controllo. Tali componenti negativi, pur risultando dalle scritture contabili, non erano sorretti da alcuna pezza giustificativa, atteso che le relative ricevute non erano ancora state rilasciate dai percettori perché l’impresa non aveva effettuato i pagamenti. La tesi del Fisco era che tali compensi non fossero deducibili nell’esercizio in cui le prestazioni lavorative erano effettivamente state eseguite, ovvero quello di controllo, in assenza di pagamento e di ricevute, ma che detti compensi costituissero sopravvenienze attive non dichiarate.
La Suprema Corte ha ribadito, innanzitutto, che le regole di imputazione temporale dei componenti di reddito di cui all’attuale art. 109, commi 1 e 2 del TUIR prevedono che detta imputazione a bilancio avvenga nel periodo in cui il componente “perviene a completa maturazione” a prescindere dal pagamento (si veda Cass. 24474/2006) e dalla fatturazione (si veda Cass. 11213/2002). L’unico limite, peraltro richiamato anche dalle sopra citate disposizioni del TUIR, è costituito dalla certezza e dalla determinabilità di tali componenti.
Nel caso di specie, i giudici regionali avevano ritenuto che i costi relativi ai compensi ai collaboratori fossero certi e determinati nell’anno (oggetto di controllo) in cui il contribuente li aveva imputati a Conto economico, né, d’altra parte, alcuna eccezione in merito era stata sollevata dal Fisco.
Pertanto, secondo la Cassazione, era corretta la decisione del collegio d’appello.
Anzi, il contribuente, alla luce di quanto sopra indicato, non avrebbe potuto far altro che imputare detti componenti negativi all’esercizio di competenza, che, ai sensi delle disposizioni del Testo Unico, corrispondeva con quello in oggetto. Del resto – hanno osservato i giudici di legittimità – anche i principi civilistici di redazione del bilancio stabiliscono che si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio, indipendentemente dalla data di incasso o di pagamento (cfr. art. 2423-bis, n. 3 c.c.).
Per quanto concerne la tesi dell’Agenzia delle Entrate secondo cui detti compensi non ancora corrisposti avrebbero costituito sopravvenienze attive, la Cassazione ha precisato, innanzitutto, che, ai sensi dell’attuale art. 88 del TUIR, emergono delle sopravvenienze attive quando, per qualsiasi ragione, “si verifica in bilancio una connotazione attiva che determina un incremento degli elementi che avevano concorso a formare il reddito in precedenti esercizi” (Cass. 13224/2007).
Secondo la Suprema Corte, quindi, detti compensi avrebbero potuto costituire una sopravvenienza attiva soltanto negli esercizi successivi ed alla condizione che potesse rilevarsi la sopravvenuta inesistenza delle passività in oggetto verificatasi, ad esempio, a seguito di atti abdicativi del credito da parte dei terzi, ovvero per intervenuta prescrizione. Nessuna rilevanza, invece, poteva avere ciò nell’anno di esatta imputazione di tali costi in base al principio di competenza.