Focus 2026 sulle società benefit

| 02/11/2026

E’ stata realizzata una ricerca sulle società benefit (link) realizzata con il contributo di NATIVA, del Research Department di Intesa Sanpaolo, di InfoCamere, dell’Università di Padova, della Camera di commercio di Brindisi-Taranto e di Assobenefit, che evidenzia più che altro la non dipendenza del vantaggio competitivo come necessariamente dalla quantità o dalla complessità degli obiettivi di beneficio comune inseriti nello statuto.

In generale le Società Benefit continuano a crescere in Italia e si confermano una delle espressioni più interessanti dell’evoluzione del sistema imprenditoriale verso modelli di sviluppo capaci di coniugare risultati economici, responsabilità sociale e sostenibilità ambientale. Secondo questa ricerca il numero di imprese che hanno scelto questa forma di organizzazione ha raggiunto quota 5.968, con un valore complessivo della produzione pari a 71,3 miliardi di euro. I risultati della ricerca, che si sviluppa in un documento di 274 pagine, offrono un quadro particolarmente significativo della competitività di questo modello d’impresa. La ricerca ha infatti confrontato circa 2.000 Società Benefit con altrettante aziende non-benefit, selezionate in modo da garantire caratteristiche il più possibile omogenee per dimensione, settore economico, territorio ed età aziendale. L’obiettivo era verificare se l’integrazione statutaria di finalità di beneficio comune, accanto alla tradizionale finalità lucrativa, possa associarsi a risultati economici e organizzativi differenti. Il dato più interessante riguarda proprio la crescita aziendale del periodo 2022-2024 in cui il fatturato mediano delle Società Benefit é aumentato del 14,6%, rispetto al 5,3% registrato dalle imprese non-benefit. Attraverso specifiche analisi econometriche, i ricercatori hanno inoltre individuato un’associazione positiva tra la qualifica di Società Benefit e le performance economiche, stimando differenziali pari a circa il 13% per il fatturato, il 17% per il costo del lavoro e il 12% per il valore aggiunto.

Si tratta di risultati che meritano particolare attenzione, poiché dimostrano come la sostenibilità possa rappresentare un fattore di competitività e non soltanto un costo da sostenere o un adempimento da rispettare. Occorre comunque precisare che la ricerca evidenzia un’associazione positiva e non dimostra automaticamente un rapporto diretto di causa-effetto tra la qualifica Benefit e la crescita economica e le imprese che adottano questo modello presentano anche una maggiore propensione all’innovazione e una più significativa apertura verso i mercati internazionali. A fare realmente la differenza sono soprattutto le strategie aziendali e la capacità di tradurre i principi dichiarati in comportamenti concreti. Gli investimenti nella qualità, nella sostenibilità ambientale, nell’innovazione e nell’internazionalizzazione risultano infatti maggiormente associati a performance economiche positive. La qualifica “Benefit” costituisce quindi un elemento distintivo, ma il suo valore emerge soprattutto quando le finalità sociali e ambientali vengono integrate nelle decisioni operative, nei processi produttivi e nei programmi di sviluppo.

Un altro aspetto particolarmente interessante riguarda le relazioni commerciali e la gestione della catena di fornitura. L’analisi degli scambi economici del 2024, condotta su un campione di 4.376 imprese, mostra una maggiore propensione delle Società Benefit a instaurare rapporti con fornitori che condividono lo stesso modello organizzativo. Il 38% delle Società Benefit intrattiene relazioni commerciali con altre imprese Benefit, mentre tra le aziende non-benefit soltanto il 24% si rivolge a fornitori che hanno adottato questa qualifica. Questa differenza suggerisce la progressiva formazione di reti imprenditoriali nelle quali la condivisione di valori e obiettivi sociali e ambientali diventa un elemento che accompagna e rafforza le relazioni economiche. Non si tratta soltanto di scegliere un fornitore sulla base del prezzo o della qualità del prodotto, ma anche di valutare la coerenza dei rispettivi modelli organizzativi e delle strategie aziendali.

La ricerca evidenzia anche una maggiore continuità nei rapporti commerciali, infatti il 27,4% degli acquisti effettuati dalle Società Benefit riguarda fornitori con i quali esiste una relazione consolidata da almeno nove anni, contro il 21,8% delle imprese non-benefit. In una fase economica caratterizzata da incertezza dei mercati e difficoltà nelle catene di approvvigionamento, la stabilità delle relazioni commerciali rappresenta un fattore importante per assicurare continuità produttiva, favorire lo scambio di competenze e affrontare con maggiore efficacia le situazioni di criticità. Molto interessante constatare che il fenomeno interessa anche le imprese di minori dimensioni ovvero allorquando l’acquirente é una microimpresa Benefit, il 57% dei fornitori appartenenti alla stessa categoria dimensionale é a sua volta una Società Benefit, una percentuale quasi doppia rispetto a quella riscontrata quando l’acquirente é un’impresa non-benefit. Per le grandi Società Benefit, invece, la probabilità di avere almeno un fornitore che abbia adottato lo stesso modello raggiunge l’86%. Le microimprese costituiscono la componente numericamente più consistente, con 4.342 realtà, mentre il modello risulta relativamente più diffuso tra le grandi imprese con oltre 250 addetti, dove l’incidenza raggiunge il 2,4%.

Dal punto di vista della distribuzione territoriale, la ricerca restituisce un quadro meno uniforme. Le Società Benefit sono ormai presenti in tutti i principali settori economici, ma la loro diffusione risulta particolarmente significativa nelle telecomunicazioni, con un’incidenza di 11,7 imprese ogni mille, nelle attività professionali con 9,4 per mille e nel settore dell’istruzione con 7 per mille.

L’analisi territoriale, realizzata dall’Università di Padova attraverso il confronto con gli indicatori del rapporto ISTAT BesT 2025 sul benessere equo e sostenibile, ha cercato di verificare se le Società Benefit tendano a insediarsi maggiormente nei territori caratterizzati da fragilità economiche e sociali oppure nelle aree che offrono condizioni più favorevoli allo sviluppo di questo modello imprenditoriale. I risultati sembrano confermare la seconda ipotesi. Le Società Benefit sono infatti maggiormente presenti nelle province caratterizzate da una più elevata capacità innovativa, redditi superiori e condizioni più favorevoli di partecipazione al mercato del lavoro. A livello geografico, l’incidenza raggiunge 2,7 imprese ogni mille società nel Nord-Ovest, mentre nelle Isole si ferma a 0,8. Il modello Benefit, pertanto, non sembra ancora riuscire a svolgere una funzione compensativa rispetto alle difficoltà dei territori economicamente meno sviluppati. Al contrario, tende a consolidarsi soprattutto dove esistono già condizioni favorevoli, infrastrutture economiche, capacità di innovazione e opportunità di crescita.

Anche le finalità di beneficio comune inserite negli statuti risultano prevalentemente condizionate dall’attività economica svolta dall’impresa, piuttosto che dalle caratteristiche del territorio in cui opera. La ricerca ha aggiornato questa mappatura attraverso l’esame di 5.006 documenti statutari, individuando una prevalenza degli obiettivi sociali, che rappresentano il 55% del totale, seguiti da quelli ambientali con il 28% e dagli obiettivi di governance con il 17%. Tra gli aspetti che mostrano una relazione con le caratteristiche territoriali emerge il capitale umano, maggiormente presente negli statuti delle imprese che operano in aree caratterizzate da condizioni più favorevoli del mercato del lavoro.

Nel complesso, la ricerca conferma che le Società Benefit rappresentano un modello imprenditoriale in grado di generare risultati interessanti non soltanto sul piano economico, ma anche sotto il profilo occupazionale e delle relazioni con il contesto sociale. Le imprese che adottano questa impostazione sembrano infatti conseguire migliori risultati in termini di fatturato, occupazione e valore aggiunto, contribuendo contemporaneamente a costruire rapporti più solidi con lavoratori, fornitori e comunità locali.

Per il sistema produttivo italiano si tratta di un’evoluzione importante, che si inserisce in un contesto europeo sempre più attento alla competitività, alla semplificazione normativa e alla sostenibilità. Anche l’attuale Governo sta portando avanti un percorso volto a rendere più equilibrato il rapporto tra obblighi regolamentari e capacità competitiva delle imprese, riconoscendo l’importanza di evitare che la transizione sostenibile si trasformi in un aggravio burocratico soprattutto per le PMI. Una semplificazione che, se accompagnata da strumenti concreti di sostegno agli investimenti, può favorire una diffusione più ampia e consapevole dei modelli imprenditoriali responsabili. In questa prospettiva, le Società Benefit possono rappresentare un’importante opportunità anche per le piccole e medie imprese italiane, che hanno la possibilità di differenziarsi sul mercato, rafforzare la propria reputazione, migliorare i rapporti con clienti e fornitori e sviluppare nuove opportunità di accesso al credito. La scelta di diventare Società Benefit non dovrebbe quindi essere considerata una semplice operazione formale o un intervento di immagine, ma una decisione strategica che richiede una visione imprenditoriale di lungo periodo. L’inserimento delle finalità di beneficio comune nello statuto deve trovare riscontro nella gestione aziendale, nella programmazione degli investimenti e nella rendicontazione degli effetti prodotti.

Per le imprese che intendono intraprendere questo percorso, diventa pertanto fondamentale valutare attentamente gli obiettivi da perseguire, individuare indicatori misurabili e integrare le finalità di beneficio comune nella propria organizzazione. É proprio dalla coerenza tra dichiarazioni statutarie, strategie aziendali e risultati effettivamente conseguiti che può nascere un vantaggio competitivo duraturo, capace di coniugare crescita economica e valore per la collettività.